(Queste note sono state ricavate da testimonianze orali raccolte durante una serie di conversazioni presso Casa d’Erci)
Il bucato era lavoro pesante e impegnativo al quale partecipavano di solito tutte le donne di casa. Per questo veniva fatto meno frequentemente di oggi: una volta al mese o, al massimo, ogni venti giorni. In diverse famiglie però si faceva il bucato anche per il padrone o per qualche benestante. C’erano in proposito vecchie consuetudini, mantenutesi fino al secondo dopoguerra, ma soprattutto la necessità di guadagnare qualche soldo, a prezzo di un aggravio del lavoro femminile.
I panni da lavare venivano innanzi tutto stropicciati con sapone o lisciva, per togliere il grosso dello sporco, nell’acqua corrente di una gora o del fiume, poi, a casa, cominciava il trattamento con il ranno.
La conca da ranno era sistemata di solito vicino al focolare, dove dentro un grande paiolo, veniva scaldata l’acqua necessaria all’operazione. A volte tutto il complesso (fornello e paiolo, conca, recipienti vari) era ospitato in un apposito spazio, uno stanzino, o, più frequentemente, sotto la loggia d’ingresso della casa. In fondo alla conca venivano messi fuscelli di scopa, “sormenti”, o il fondo di un canestro rotto per impedire che i panni tappassero il foro d’uscita dell’acqua.
I panni venivano messi giù nella conca ben “scioerati”,ad uno ad uno cioè, lasciati andare giù con delicatezza, non pressati, o piegati o gettati a casaccio. Sul fondo della conca venivano posti i panni di minor pregio e quelli più usati e logori: le pezze da bambini, le mutande dei vecchi, gli asciughini da cucina o roba simile; più in alto i panni migliori e più importanti del corredo come lenzuola, federe, tovaglie, asciugamani a loro volta coperti da vestiario o comunque dai panni che necessitavano di un migliore lavaggio. Questi infatti ricevevano il ranno più pulito ed efficace mentre più in basso il ranno risultava già filtrato ed impuro.
Si trattava generalmente di indumenti e panni incolori (cioè bianchi) e spesso di stoffe grezze , tessute a mano o con telai casalinghi. Quando la conca era piena si infilavano tra la sua parete interna ed i panni delle stecche (otto dieci, a seconda della grandezza della conca) opportunamente sagomate e ben lisce (di legno bianco e leggero, come il pioppo) che avevano la funzione di costituire un orlo più alto di quello della conca, quale sostegno al panno di filtraggio.
Il panno – il cosiddetto “cenerone” – era di grossa tela di canapa tessuta a mano e veniva disteso sulle stecche in modo da sfiorare i panni dentro la conca; la parte del cenerone ricadente all’ esterno veniva legata con una corda intorno all’orlo della conca per impedire che il peso della cenere e dell’acqua lo facesse scivolare dentro. Poi dentro al cenerone veniva posta la cenere, in quantità adeguata a quella dei panni da lavare.
La cenere era stata vagliata in precedenza per eliminare i pezzetti di carbone o di legno che potevano causare macchie ai panni.
Intanto sul focolare, o sull’apposito fornello era stato scaldato il primo paiolo d’acqua da versare sulla cenere; la prima acqua doveva essere tiepida “perché sennò si incuoceva il sudicio”. L’acqua bollente, cioè, non ancora lisciviata dalla cenere, avrebbe fissato lo sporco ai panni. Dal foro in fondo alla conca, sollevata da terra su un panchetto o su due muretti, veniva recuperata con un catino l’acqua filtrata dalla cenere e dai panni per rimetterla nel paiolo ed averla sempre più calda. Più o meno poteva essere bollente il terzo paiolo d’acqua versato sulla cenere. A questo punto il foro della conca veniva chiuso con uno zipolo, e i panni lasciati nel ranno bollente per diverse ore, in genere per un’ intera nottata.
Il ranno rendeva i panni puliti, bianchi, morbidi e con un profumo particolare; non corrodeva i tessuti che perciò si conservavano più a lungo di oggi. Aperto poi lo zipolo il ranno freddo veniva recuperato nel catino e serviva, ben riscaldato, per lavare i panni da lavoro e i cenci; a volte, allungato con altra acqua nella tinozza, serviva per le pulizie personali più approfondite.
I panni venivano lasciati ancora nella conca con lo zipolo aperto, a scolare, perché pesassero di meno. Poi venivano tolti e riposti nelle ceste di vetrice per portarli al fiume e risciacquarli nell’acqua corrente.
Lungo tutti i corsi d’acqua erano comunissime, fino agli anni 50’, le pozze con i lavatoi: le larghe e lisce pietre piatte inclinate e sporgenti per più della metà dell’acqua. La parte superiore coincideva con un’altra pietra posta sulla sponda sulla quale si inginocchiava la donna che doveva sciacquare i panni. Un’operazione questa sempre estremamente faticosa e disagiata, quasi intollerabile in inverno, quando il vento e l’acqua gelata rattrappivano le mani ed il corpo.
Riportati a casa i panni venivano stesi ad asciugare sulle corde tese al limite dell’aia o sui fili intorno al focolare.
La conca da bucato variava di dimensione a seconda delle necessità familiari; era comunque un oggetto tenuto assai di conto perché piuttosto costoso e non di produzione locale. Le conche in uso nel Mugello provenivano dall’Impruneta o da Montelupo. Se una conca si rompeva si aspettava che passasse il “concaio” ad accomodarla, ma la conca rotta non poteva di solito essere riadoperata per il bucato. Per accomodare la conca il concaio faceva dei fori con il trapano a mano lungo i bordi della frattura, e poi passava del filo di ferro da buco a buco e stringeva poi i punti.
A cura del Gruppo d’Erci – prima redaz. S. Biavati – 1985.